Super 8 – Recensione (e riflessioni sull’andare al cinema)

Super 8 è un film di J.J. Abrams uscito nel 2011. Oggi ho avuto la fortuna di vederlo al cinema in lingua originale (viva Trieste e le sue associazioni: l’italo-americana e il British Film Club). Io ADORO andare al cinema, tanto che quest’anno ho deciso di buttarmi e provare l’esperienza di andarci da sola. Devo dire che a parte la prima volta, in cui all’inizio ero un po’ in imbarazzo, le volte successive sono stata benissimo. Certo, andare in compagnia vuol dire avere qualcuno con cui scambiare due parole o fare una battuta, condividere pop-corn e opinioni post visione, ma andare da soli è catartico: ti ritrovi a prestare molta più attenzione ai dettagli delle ambientazioni, alla musica, ai costumi e, cosa per me importantissima ai dialoghi. Mi piace immaginare il lavoro di chi sta dietro ad un film e impiega mesi e mesi (se non anni) per dare voce alla sua storia nel modo più impeccabile possibile. Ecco, andando da soli al cinema ci si può soffermare molto di più a pensare, e a me piace pensare (il copyright di questa frase è della fortunata moglie di John Green).
Ritornando al discorso principale, Super 8 è un film nostalgico. Ambientato nel ’79 in una cittadina dell’Ohio, vede protagonisti un gruppo di ragazzini intenti a passare le vacanze estive girando un cortometraggio con una super 8, poiché uno di loro vuole partecipare ad un concorso. Durante una delle riprese avviene però un incidente ferroviario, che però non sembra essere del tutto casuale…da lì parte la storia vera e propria, che non racconto per evitare di raccontare dettagli e rovinare sorprese.
Perché mi è piaciuto così tanto? Perché i ragazzini protagonisti della storia sono personaggi a tutto tondo e, soprattutto, hanno un cervello pensante. E’ bello vedere che c’è ancora qualcuno là fuori che è stanco di storie superficiali dove i ragazzini sono viziati e capricciosi: qui i protagonisti hanno gli attributi e affrontano avvenimenti VERAMENTE più grandi di loro, non questioni del calibro di “cosa si metterà Hannah Montana al prossimo show?”.
Gli effetti speciali sono curatissimi, gli attori fantastici (e spero che il doppiaggio renda onore a questa cosa) e la storia è avvincente. Consiglio vivamente di noleggiare/comprare il dvd di questo film perché suppongo sarà ricco di contenuti speciali appetitosi!  

The Perks of Being a Wallflower – Recensione

Titolo originale: The Perks of Being a Wallflower
Titolo italiano: non è ancora stato tradotto
Autore: Stephen Chbosky
Anno: 1999
Editore: MTV Books/Pocket Books
Pagine: 231
Prezzo: non lo so, mi è stato regalato

Questo libro mi ispirava per svariate ragioni:
1) Il titolo. In italiano sarebbe una cosa del tipo “i vantaggi di essere invisibile”, perchè il termine wallflower in slang sta ad indicare una persona molto timida e decisamente non popolare, una persona che durante le feste sta appunto attaccata al muro per il disagio. Visto che non ho mai brillato per capacità di stringere amicizia facilmente e mi sono spesso sentita un po’ diversa da quella che doveva essere la norma, mi sono rivista nel titolo.
2) Il fatto che sia un romanzo epistolare sui generis. La storia è raccontata attraverso le lettere che il protagonista manda ad un destinatario anonimo, cambiando nomi per mantenere lui stesso l’anonimato.
3) Qualche citazione che avevo trovato qua e là su Tumblr.

Fatte queste considerazioni, la mia opinione è ancora un po’ confusa su questo libro, o meglio, sulla prima parte (non letteralmente, visto che il libro è suddiviso in parti) non ho critiche. Charlie è un ragazzino alle prese con il primo anno di scuola superiore, non ha amici ed è molto timido e introverso. Da timida e introversa mi sono ritrovata in alcuni suoi pensieri e credo che chi dovesse ancora avere 15 o 16 anni e sentirsi “strano” perché le altre persone vogliono così, dovrebbe leggerlo. Non c’è niente di male ad avere una sensibilità diversa dal resto del gregge. Ad un certo punto del libro, acclamato dalla critica per le tematiche di droga e omosessualità affrontate in modo mai superficiale, succede qualcosa (che non dirò per non fare spoiler). Ecco, da quel punto in poi ho cominciato a piangere, ma un pianto di una tristezza immensa, non un pianto dettato dalla commozione che poi ti fa stare meglio. Giuro che se ripenso a quel dettaglio sto ancora male. Tuttavia, è un libro che mi sento di consigliare a chi si sente un po’ un wallflower e a chi invece crede che le altre persone possano essere trattate psicologicamente a pesci in faccia. Magari leggetelo in un momento di calma interiore 😉